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Sayonara, gangsters

Sayonara, gangsters era nato buffo ma mi implorava ogni volta di essere preso sul serio.

Cadeva di faccia e mi diceva che l'avevano spinto. Oppure si metteva un collarino da cane e abbaiava.


Una volta venne con un'asticella stretta stretta tra il braccio e l'ascella e disse: "La commessa del supermercato mi ha trafitto con una spada!"


"Maddai che lo vedo che è un righello. E lascia stare la commessa che è pure brava."


Non è che lo facesse con malizia o per attirare l'attenzione. In effetti credo che della mia attenzione gli fregasse ben poco. Sayonara, gangsters era così perchè voleva esserlo. Aveva quella capacità di essere autentico e di lanciare un implicito e piuttosto grazioso fanculo al parere degli altri.


Anche le poesie che scriveva mi strappavano volentieri dei sorrisi. Come:


Nel fumo della sera

la resa

che mi lascia come

il respiro


O anche:


caffé macinato 200 grammi dal paese più tropicale

non serve;

è spento il gas


Poi chiedeva a me di scrivere poesie e rifiutavo educatamente. Avevo tante sfighe si ma almeno non ero poeta.


tante sfighe

ma non

poeta


Non funzionava proprio.


Insomma il nostro rapporto si basava su questi innocui momenti di sincera, innocua stupidità. Forse era anche per questo che quando si faceva serio Sayonara, gangsters riusciva a prendermi sempre alla sprovvista. Come quando venne nel mezzo della notte a dirmi che sua figlia era morta e che aveva dovuto portarla in spalla al cimitero.


"Che scherzo da prete," facevo io, e lui:


"Aahahah, non scherzo mica."


In effetti non scherzava. Quella notte piangemmo davvero, e giù a bere Johnny Walker scadente. Il giorno dopo lo trovai che scriveva poesie sul mal di testa.


Era così Sayonara, gangsters. Dava quell'impressione di essere buffo e a volte senza senso, poi ti colpiva con un martello da demolizioni di venti chili senza avvisare né spedirti prima una raccomandata. E rimanevi lì a chiederti se magari c'erano stati dei segnali, se era solo un pazzo psicotico, o se eri tu troppo stupido da non averlo capito in tempo.


Ora che se ne è andato, di lui rimarrà sempre il coraggio con cui se ne fotteva della forma, delle convenzioni, persino dei termini forbiti. Non aveva paura di sembrare buffo. Non aveva paura di essere vulnerabile, e poi subito dopo chiudersi a riccio.

Era uno così.


 



Sayonara, gangsters è un romanzo di Gen'ichiro Takahashi. E qui finisce la parte oggettiva che vi posso raccontare. La parte soggettiva l'ho scritta sopra.


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