Io e la benedetta
- M.

- 2 ore fa
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Girava tutto attorno al suo corpo.
Stavo bevendo una birra in uno skybar famoso per le ostriche. Lei si era seduta accanto a me e mi aveva poggiato il capo sulle spalla.
Si era addormentata.
Indossava jeans firmati e giacchetto di finta pelle con un collo di pellicciotto. Fatta eccezione per mani e viso, non aveva un centimetro di pelle esposta.
A pensarci adesso è stato un gesto banale. Roba da commedia romantica. Ma è così che ti fregano, con qualcosa che non hai mai vissuto prima. Ho sorseggiato la mia birra pensando che avessi vicino una modella esausta di ritorno da tre giorni di sfilate e coca.
Quando si è svegliata ci sono caduto con tutte le scarpe.
«Ho bisogno di una guardia del corpo,» ha detto.
Nessun problema. Poteva avermi visto fuori da qualche locale. Lo straniero grosso che impaurisce gli scocciatori; i capelli rasati a zero e gli occhiali scuri.
Mi sbagliavo pensando che fosse venuta a propormi un lavoro normale.
Una piccola folla di beoti in maglietta bianca presidiava il palazzo di Beitou. Sorrisi, inchini, uno stand di baozi. Il portiere del palazzo era piccolo e magro, con una pelata luminosa. Aspettavo di vedere santini, rosari, volantini di reclutamento di una setta.
L’appartamento della benedetta invece era normale, ordinato, poco vissuto. Un grosso pelouche a forma di orso in salotto.
Lei mi ha accolto in accappatoio. Ci siamo accomodati sul divano, ha accavallato le gambe e mi ha guardato negli occhi.
«Ho bisogno di protezione perché il mio corpo ha alcune proprietà.»
Con un tono sommesso, usando termini per niente grafici, mi spiegò che chi mangiava un pezzo di lei veniva curato.
«Mangiare?»
«Si, mangiare.»
«Capisco perché ti serva una guardia.»
«No, non lo capisci.»
Sarei potuto andare via in quel momento. I beoti in maglietta bianca erano liberi di considerare quella donna la loro personale dea sacrificale, se volevano; ma a me il misticismo religioso non è mai interessato.
Invece sono rimasto ad ascoltare. Raccontava il tutto come se fosse un fatto un po’ strambo della propria infanzia.
«Vedi, il mio corpo si rigenera. E le persone che... dopo stanno bene. Bene davvero.»
Quando al padre (l’ometto pelato che avevo preso per il portiere) era stato diagnosticato il cancro, la benedetta si era tagliata un dito con una mannaia. Ed ora era sano, diverso. Stessa storia per ogni beota in maglietta bianca.
Un covo di cannibali, veri o potenziali.
«Non farebbero male a una mosca. Non possono più farne. È per questo che ho bisogno di qualcuno.»
Prima che potessi andarmene, la benedetta estrasse una pistola dall’accappatoio e si sparò un colpo in testa.
Persi un po’ la calma.
Ho pensato che qualcuno mi stesse incastrando con la complicità di una pazza. Magari avrebbero trovato le mie impronte sulla pistola. Ma chi poteva volermi in galera? I paparazzi che avevo spintonato? Paranoie improbabili, ma più plausibili della storia sul cannibalismo.
Il sangue della benedetta si spandeva sul parquet e io progettavo la fuga da Taiwan.
Poi il buco nel cranio si richiuse.
«Mi dispiace, ma dovevi vedere.»
I suoi seguaci mi dissero cosa avevano lasciato indietro. Leucemia. Tumori. Insufficienza renale. HIV. Diabete di tipo uno e due. Depressione. Ma anche i dolori articolari, i reumatismi, la miopia, l’intolleranza al lattosio.
Sapevano quello che avevano mangiato, ma al posto dello stress psicologico c’era solo un’inspiegabile, irritante serenità. Una sera vidi suo padre attraversare la strada: una macchina sportiva quasi lo tirò sotto. Una persona normale avrebbe quanto meno imprecato. Il padre della benedetta non smise neanche di sorridere.
I seguaci della benedetta venivano liberati anche dalla rabbia. Per questo non potevano proteggerla.
Una volta o due a settimana lei si stordiva con un mix di droghe, si stendeva su un tavolaccio e prima di scivolare nell’incoscienza premeva un grilletto collegato a una pistola ad aria compressa.
«Come quelle per ammazzare le mucche.»
Non ho mai avuto lo stomaco per entrare nella macelleria.
Se ne occupavano i familiari: il padre, la madre, il fratello maggiore, una nonna incartapecorita ma sana. Tutti che erano già stati curati una volta. Tutti incapaci di nuocere a un essere umano vivo.
Mi veniva consegnata una scatola di legno leggero; la prendevo tra le braccia e la portavo all’appartamento di Beitou.
Le ferite alla testa, la benedetta, le rigenerava prima.
«Senti dolore? Vuoi altri sonniferi?»
«No,» diceva sempre. «Tienimi, per favore. Guardiamo qualcosa.»
Abbracciavo la sua testa. Centimetro dopo centimetro un nuovo corpo cresceva dal suo collo. Nel frattempo, piccole vaschette ecosostenibili con porzioni di curry e riso venivano distribuite in tutta Taipei.
«Vorrei sentire della musica.»
Mettevo Mike Oldfield o i Pink Floyd sull’impianto stereo, pensando alle zuppe che sarebbero apparse nelle mense degli ospedali.
Le infilavo l’accappatoio in cui sarebbe cresciuta dentro, per non farla sentire in imbarazzo. Quando rigenerava lo stomaco le preparavo un succo di vitamine e vodka. Lei rideva guardando serie coreane su Netflix.
Era il lavoro di un infermiere.
La benedetta doveva saperlo, quanto rischiava. Avrei potuto venderla a un qualche ente di ricerca e forse sarebbe stato anche giusto. Forse le proprietà del suo corpo potevano essere sintetizzate in una semplice pillola per la gioia dei super ricchi.
Quella sera allo skybar mi aveva scelto a caso? Aveva mandato qualcuno dei beoti che aveva guarito a fare ricerche su di me?
Che si fosse solo fidata?
Nei suoi giorni di pausa giravamo per bar e mangiavamo senza ritegno nei mercati notturni. Cercavamo di non pensare che il giro delle guarigioni non era più un’azienda a conduzione familiare.
C’erano già stati venti casi di paraplegici che avevano recuperato il controllo del corpo, altrettante sclerosi ridotte in fumo, e innumerevoli tumori in remissione. I malati avevano la faccia di chi ha visto il Buddha.
Il cibo ora raggiungeva tutta l’isola, per dissimulare. Ma i giornalisti avevano già fiutato la traccia: “Taipei sconfigge il cancro: dottori confusi”.
Appoggiata alle mie ginocchia la benedetta beveva il suo succo da una cannuccia colorata, fermandosi solo per commentare un drama storico da quaranta puntate sulle mogli di un imperatore. Io le lisciavo i capelli pensando a camioncini bianchi che fanno sparire la gente.
Mangiavamo tsukemen in un ristorante da quattro soldi. Sollevare la questione durante un suo giorno libero mi sembrava un’imboscata, ma era anche l’unico modo di parlarci da pari.
«Non possiamo continuare.»
«Perché? È molto buono.» La benedetta sollevò un’altra bacchetta di spaghetti e li masticò piano.
«Prima o poi qualcuno risalirà all’appartamento. Possiamo trasferirci a Kaohsiung o Tainan. O anche andare in Europa per...»
«E spostare la famiglia?» Intendeva la macelleria.
«No. Dobbiamo smettere.»
«Dobbiamo.» Su un televisore della Panasonic un monaco blaterava di guarigioni miracolose al West Garden Hospital. La benedetta lo indicò con le bacchette. «E a loro, chi ci pensa?»
Ma i disperati c’erano stati prima di lei e ci sarebbero stati anche dopo. Il fatto che fosse in grado di curarli non implicava che dovesse. E anche volendo, non avrebbe mai raggiunto la maggior parte dei malati del mondo.
Non c’era abbastanza benedetta per curare tutti.
«Non hai fatto già più del necessario?»
Non mi rispose.
Quando mi svegliai nell’appartamento di Beitou e lo trovai vuoto non ne fui sorpreso.
Sul ripiano della cucina c’era una di quelle vaschette di cibo. Dentro, del riso appena macchiato da sugo oleoso. Un semplice pasto a mo’ di biglietto di scuse. Una colazione per dire addio al dolore e al vuoto che aveva lasciato.
Ho lasciato il riso a un senzatetto. Taipei è una città molto grande, e le magliette bianche sono di moda.
Dopotutto non ho mai voluto essere un beato.



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