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Lo Yggdrasil tagliato

Aggiornamento: 6 giorni fa

La bambola aveva un nome, ma non lo ricordava. La bambola ricordava di aver odiato intensamente il termine “bambola”, ma alla fine era anche giunta alla conclusione che fosse breve e descrittivo e che facesse risparmiare tempo. Inoltre, la bambola aveva un creatore, ma–


«Di questo non parliamo» disse.


Per giorni e giorni aveva camminato da sola tra le rovine di città i cui nomi erano stati dimenticati come il suo. Eppure le città erano ancora giovani quando lei era già stanca. Per giorni e giorni aveva calcato la polvere delle macerie contaminate e i vasti campi della morte, dove la terra annerita non permetteva che crescesse nulla se non il risentimento.

L’ultima cosa viva che aveva visto era stato uno scarafaggio. La creatura era oblunga e color della ruggine. Sul lato destro aveva perso una zampa: camminando arracava sul lato opposto. In più le sue antenne tradivano una certa letargia. Non aveva nemmeno tentato di scappare quando la bambola l’aveva raccolto, più per pena che per curiosità. Quattro giorni dopo aveva smesso di muoversi del tutto, quindi la bambola l’aveva lasciato in una scatola di fiammiferi. Forse non sarebbe marcito mai. Anche i microbi stavano morendo.


Dopo lo scarafaggio non c’era stato altro per mesi, solo un vento cattivo a sollevare frammenti di plastica e sbatterli come fossero ali d’uccello. Ma la bambola sapeva che non era tutto finito; lo sentiva nei meccanismi dentro al suo petto. Ogni notte, quando si fermava per ricaricare la molla, la lama vorpale al suo fianco vibrava, sussurrandole dell’ultima crudeltà degli dei. Il paradosso alla fine del mondo la chiamava, con la sua sensazione di incompiuto.






Quando la bambola arrivò alla periferia di Xin si lasciò sfuggire un sospiro. Non per il ricordo di ciò che la città era stata – l’ultima grande metropoli degli uomini, secoli prima – ma per l’abominio che si innalzava dal suo centro, mettendo in ombra il profilo dei grattacieli con la sua massa contorta.


Radici violente avevano spaccato il manto stradale come ossa tra brani di carne. Si innalzavano avvitandosi prima ai grattacieli, per metà sostenendosi ad essi e per metà strangolando vetro e cemento, per poi sollevarsi in cielo. I viticci, ricoperti da una corteccia ramata, sostenevano un’isola di terra sollevata nel cielo.


Si vedeva a malapena la sponda più vicina. Era verde. La bambola dovette fermarsi solo per ricordare cosa significava. Verde voleva dire erba, voleva dire vita, voleva dire che avrebbe voluto piangere ma non ne era mai stata capace. Una parola imparata millenni prima riaffiorò alla sua mente, affondandola nella malinconia.

Juggernaut.


La bambola camminò verso il viticcio più vicino e assicurò che la lama vorpale fosse ben stretta alla sua cintura. Si staccò l’ultima falange delle dita e montò al loro posto i polpastrelli da battaglia, che erano d’acciaio: ognuno affilato come una punta di freccia. Poi, con la stessa calma metodica che l’aveva guidata nel suo cammino per la terra morta, cominciò a scalare il viticcio.

 

Le sue dita affondarono in terra viva dieci ore più tardi. La bambola ebbe appena il tempo di stupirsene che delle mani le strinsero i polsi e la sollevarono di peso. Prima che potesse calciare via l’assalitore, le mani lasciarono la presa. La bambola atterrò sulla sponda dell’isola nel cielo e per un attimo faticò a trovare l’equilibrio nella terra umida. Di fronte a lei un colosso di legno dalla forma umana: gambe e braccia erano legno scolpito a guisa di muscoli, e la testa un’unico blocco affusolato che suggeriva la direzione dello sguardo senza tentare di emulare un volto.


Solo un altro automa, si disse. La creatura teneva le braccia lungo i fianchi. Non sapeva in che misura fosse capace di vedere, ma sapeva che non era il pupazzo di legno a guardarla. Avrebbe potuto tagliare le sue giunture e scaraventarne i pezzi oltre il bordo dell’isola e non avrebbe fatto alcuna differenza. Come se fosse stato in grado di sentire i suoi pensieri, l’automa le diede le spalle e camminò all’interno dell’isola.


Verrò presto per il tuo padrone, pensò la bambola. Prima però si prese il tempo di osservare l’isola. Una disarmante varietà di vita cresceva nella terra umida: erba, fiori, piante d’ogni sorta; le gradazioni di verde accecanti dopo gli anni passati sulla superfice del mondo morto. E alberi: pini con le loro gemme di smeraldo, ciliegi e peschi in fiore vicino ai loro fratelli che già davano frutti come se non potessero accordarsi sul calendario da seguire. C’era un brusio di sottofondo, qualcosa che ricordava il motore di un drone; solo più avanti si rese conto che erano api. La bambola si chinò a raccogliere una mela e i suoi polpastrelli di ferro scavarono nella polpa metà matura e metà marcia. I succhi le colarono tra le dita ad annaffiare un sostrato brulicante d’insetti con il loro nettare zuccherino.


Asciugò le dita sui vestiti. Davanti a lei le schiere degli alberi si aprivano a suggerire un sentiero, che era solo di poco meno rigoglioso di tutto il resto. L’isola era abbastanza in alto da evitare le nuvole di polvere del mondo di sotto e quello contribuiva al suo splendore. Ogni colore rifulgeva nell’aria pulita. Era un giardino bellissimo, e ovviamente era sbagliato.

Si inoltò lungo il sentiero che era stato preparato per lei, togliendo il laccio che teneva la lama vorpale chiusa nel suo fodero. Il cantacciaio le fece le fusa. Al ronziò degli insetti si unì un suono acuto di voci umane. Non ebbe neanche il tempo di elaborare quell’informazione che una donna le tagliò la strada. Era nuda, i capelli lunghi fino ai fianchi, le braccia piene di frutti raccolti da quel tripudio di alberi.


La donna si fermò sui suoi passi, la guardò dall’alto in basso, poi sorrise timidamente. La bambola cercò disperatamente di ricordare cosa si dicesse in quella situazione, ma non era sicura ci fosse qualcosa di giusto da dire. Sollevò timidamente una mano per salutarla, ma quella era già sparita tra gli alberi.


La bambola si sentì bloccata ad ascoltare lo scorrere del suo stesso meccanismo, che ticchettava con un’apprensione quasi dimenticata. Non dovrebbe essere così. Era più facile pensare alla fine del mondo sapendo che non c’erano più persone, solo anomalie senzienti come lo erano lei e Juggernaut.


La lama al suo fianco cantava della morte di tutte le cose, ed era una canzone intimamente giusta. Il mondo era un malato a cui restavano solo pochi giorni, ma che comunque si ostinava a camminare lasciandosi dietro una scia di pus e merda. La bambola sapeva che l’intera isola era un paradosso anacronistico, un rifiuto della realtà foraggiato da un potere più stanco e più vecchio di lei. Un paradiso giocattolo.


Ma se c’erano ancora persone vive, come poteva deciderne della fine?


Andò avanti sul sentiero con la testa che le ronzava. Gli alberi si diradarono lasciando il posto a una radura che ospitava altri umani, intenti a mangiare o giocare tra loro. Non facevano caso a lei. Ancora più avanti, due automi di legno se ne stavano ritti come fusi. La guardia d’onore. Si animarono quando camminò in mezzo a loro, scortandola oltre un’alta siepe di rovi.


Il suolo si fece più umido sotto i suoi passi proprio mentre sentiva l’odore ferroso del sangue. Un’altra cosa che aveva dimenticato. Ormai doveva essere nel cuore dell’isola del cielo, dove l’erba cresceva rossa e la terra era pregna di sangue.


Dietro il muro di una siepe di rovi, crescevano due alberi di tasso dai tronchi cruenti. La loro corteccia era inframezzata di brandelli di carne e respirava lentamente, a metà tra la vita lenta delle piante e il battito quiescente di un moribondo. Sotto il suo sguardo, l’albero di destra scosse le foglie in un singulto. Due donne umane si lanciarono alle sue pendici con le mani tese verso uno squarcio della corteccia. La ferita si allargò, spingendo lentamente fuori una testa rotonda, coperta da resina dorata e un viscidume rossastro. Era un neonato.


La bambola rimase a guardare le due donne che ripulivano il bambino, mentre l’albero sopra di loro distendeva i rami come un umano che stesse facendo scrocchiare il collo. Il neonato pianse, il che fu accolto con grida di sollievo dalle due donne. La più anziana lo ripulì della resina embrionale mentre l’altra gli avvicinava un capezzolo.

La bambola distolse lo sguardo e si costrinse ad affrontare la creatura che sedeva sul trono tra gli alberi.


Juggernaut non era cambiato. La sua faccia ingrigita era quella della sua memoria, ed era ovvio che lo fosse. Non poteva invecchiare non più di quanto potesse lei. Frammenti di metallo, regalo del suo incontro con il destino millenni prima, adornavano ancora le sue tempie, sporgendo lucidi dai capelli neri. Teneva la testa china su un lato, sotto il peso di una corona di legno dello stesso materiale dell’armatura che gli cresceva addosso, ed era immobile, fatta eccezione per la spiga di grano che si rigirava tra le dita.


«Ti ho aspettata a lungo,» disse Juggernaut. Le sue labbra scioccarono come legno tagliato. «Clodagh.»


La bambola tremò. Se il trionfo di vita dell’isola e il parto arboreo a cui aveva appena assistito non erano bastati a piegarla, la menzione del suo vero nome rischiava di spezzarla del tutto. Era rimasto dormiente per secoli, sepolto prima dagli epiteti che altri avevano scelto per lei, e dopo semplicemente dimenticato dal disuso. Ma Juggernaut ricordava. Juggernaut, anche lui reliquia di diverse ere prima, non aveva forse mai dimenticato.

Per un attimo la bambola – Clodagh – riuscì a mettere a tacere il canticchiare della lama vorpale al suo fianco. Tanto abbastanza da ricordare il nome che aveva sussurrato a sua volta nella notte, il nome che aveva gridato in pena in un singolo giorno dove il sole era stato rosso.


«Leninal.»


Juggernaut alzò la testa. I suoi occhi si spalancarono come quelli di un bambino. La spiga di grano gli cadde dalle mani spargendo in terra i semi, che subito gettarono radici presi da una voglia violenta di vita.


«Ricordi,» e sorrise di un sorriso che spaccava il suo cuore di legno.


Clodagh annuì. Alla sua destra le donne lasciarono il capezzale dell’albero-madre e portarono via il neonato, lanciando a malapena un’occhiata alla strana visitatrice del loro mondo innaturale. Le guardò varcare la siepe di rovi che divideva il trono di Juggernaut dal frutteto.


«Questo è tutto sbagliato,» disse. La lama vorpale le vibrò contro la coscia. «Il mondo è morto, Leninal. Solo tu lo stai tenendo in vita.»


Lui sorrise di nuovo, ma stavolta era qualcosa di affilato. «Moriva pure quando ci siamo incontrati.»


«Questa volta è diverso.»


Juggernaut inclinò la testa di lato, come se il peso della corona la trascinasse di nuovo in basso. «In cosa sarebbe diverso?»


Clodagh storse la bocca. «Gli esseri umani non nascono dagli alberi, per iniziare.»


«Questo è solo un seme. Quello che verrà sarà l’albero del mondo nuovo. E porterà la vita.»


Gli caddero gli occhi sulla spiga caduta. I semi si stavano affollando, radici come viticci che combattevano per lo spazio più vicino ai suoi piedi.

Clodagh lanciò uno sguardo ai due automi di legno alle sue spalle, chiedendosi se Juggernaut li avrebbe manovrati per intervenire.


«Hai detto che mi aspettavi.» Gli occhi di lui erano un tizzone, per metà spento e per metà ancora vivi del fuoco di un’illusione.


«È così.»


«Tu sai che cosa porto con me.»


Juggernaut non abbassò gli occhi verso la lama vorpale. Di certo non ne aveva bisogno per sentire la voce del cantacciaio. Clodagh l’aveva trasportato in lungo e in largo nella polvere del mondo morto fino a essere sicura della sua verità. Clodagh fece un passo in avanti tra le spighe neonate che si affannavano alla vita.


«Sei stanco, Leninal. Hai appena abbastanza vita per tenere in piedi questa parentesi. Questa nuvola.»


Lui sorrise, ma i suoi occhi vagarono verso uno degli alberi carnosi. «Aspettavo.»

Un altro passo. In Clodagh si agitavano istinti vecchi come la polvere del mondo. I movimenti affinati della caccia, a cui non aveva fatto ricorso in secoli. Ma non sarebbe stata che pietà, in quel caso.


«Aspettavo che tu fossi con me.»


SI fermò. Ai suoi piedi le spighe si intrecciavano alle sue scarpe come se dovessero formare un cesto.


«E a cosa ti servo io?»


«Servire? Tu non sei mai stata una serva.» Allungò una mano. Clodagh lo lasciò fare, anche se ogni movimento del braccio sembrava costargli un dolore immenso. L’armatura di legno gli scocchiava addosso, allo stesso tempo gruccia e gabbia. La mano dello Juggernaut, no, la mano di Leninel, le accarezzò la guancia. Era ruvida di corteccia e ferro. «Io porto la vita,» sussurrò. «ma non ce la faccio più da solo.»


Clodagh si appoggiò a quel palmo consumato. «È tardi per questo. Così come per il resto.»

La canzone della lama le riempiva le orecchie ormai. La estrasse. Le spighe ai suoi piedi crebbero di forza a strozzarle le gambe, un tentativo disperato di fermarla. Ma era troppo vicina. Il cantacciaio tagliò due la corteccia dello Juggernaut e trovò dentro la carne ingrigita, le vene piene di polvere.


«Mi dispiace.»


Juggernaut boccheggiò. Alle spalle di Clodagh gli automi di legno caddero come marionette a cui avevano tagliato i fili. «Gli uomini.» disse, un refolo di vento nella trachea.


«Li hai condannati.»


«Gli uomini vivranno se devono vivere, come hanno fatto sempre. Sennò moriranno.»


I tizzoni negli occhi di Juggernaut si spegnevano lentamente, uno spettacolo che rallentava il ticchettio degli ingranaggi nel suo cuore. Sorrideva. Perché sorrideva?

Poi se ne accorse. Le spighe erano cresciute tanto da strozzarle il petto. Una aveva trovato la giuntura della sua piastra pettorale, crescendo nell’intercapedine come una lancia o un proiettile non avrebbe mai potuto fare.


«Mi dispiace,» sussurrò Leninel. Alla sua destra e alla sua sinistra, gli alberi cruenti urlavano. «Ho aspettato tanto.»


Clodagh appoggiò la testa contro la spalla di Leninel mentre la luce l’abbandonava.

E questa sarà, forse un giorno, la fine.

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