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Il ritorno

La stanza ha l’odore di un paio di pantaloni di tuta sudati lanciati in una lavatrice assieme a un gatto morto. È una miscela che puoi sentire con tutto il corpo. Puoi sentire che è stato passato qualche tipo di detergente sul pavimento ma non è sufficiente a mascherare quel puzzo di lenta decomposizione. Il gatto morto lasciato a centrifugare.


C. guarda il corpo avvizzito sul letto della residenza per anziani “Cieli Azzurri” e, non volendo, è disgustato da quanto la pelle assomigli a quella di un tacchino lasciato a frollare. Le lenzuola ruvide, bianchissime, pesano sul nonno come un calco di gesso. Sdraiato a pancia in su, col volto rivolto al soffitto e i piedi uniti, ricorda un faraone pronto per essere intombato nella sua piramide. Infermieri in camici azzurri e crocs colorate stanno solo aspettando che l’ultimo respiro si spenga prima di sostituire alle lenzuola un sottile strato di creta dipinta del sarcofago.


Questo potrebbe essere l’ultimo giorno; questi sono gli ultimi giorni da mesi. C. pensa a decenni prima, quando a cinquant’anni si era già vecchi, e pensa all’insperata grazia di una morte accidentale e fulminea. Parte di lui si vergogna per pensare a un parente solo in chiave del suo lento cammino nel calendario, nel lento disseminare negli anni frammenti dell’ego. Da questa semina però non ci sarà mai raccolto, e nessun ciclico rinnovamento della terra.


Dovrà pure essersi chiesto, il nonno, a che valeva sfiorare il centenario in quel modo; a che valeva tramutarsi in uno straccio consunto in una stanza che puzza di morte. C. non lo sa e non c’è modo di chiederlo. Il nonno di rado è sveglio e infliggergli una domanda del genere rasenterebbe l’abuso. C. sa solo che è venuto con suo fratello, che è uscito dalla stanza per una telefonata di lavoro, è al momento disperso da qualche parte tra i corridoi igienizzati e il cortile pieno di pini marittimi. C. sa anche che suo fratello è quello con le chiavi della macchina. Quindi senza di lui non c’è davvero un altro posto dove andare, se non fare il turista tra le altre stanze della residenza “Cieli Azzurri” e fotografare la miseria degli altri, così diversa ma tutto sommato così uguale. Preferisce di no.


Si arrende all’idea di tirare fuori il cellulare. Qualsiasi omaggio dovesse pagare alla sagoma nel letto lo ha pagato. Quando infila la mano in tasca per prendere lo smartphone, però, la figura nel letto si muove. Il tempo si ferma. Con estrema lentezza, il nonno – senza neanche girare la testa o aprire gli occhi – solleva un braccio rugoso e scosta via il lenzuolo sintetico.

Una mano che sembra un artiglio si aggrappa alla cieca e lo prende per il polso. E il mondo cambia.


♦ ♦ ♦ ♦


Quest’anno sarà caldo. Metà maggio e sentiva già il sudore accumularsi sotto la canottiera. Gli venne da guardare l’orizzonte, aspettandosi di vedere un oceano di colline quadrettate di campi che gradualmente prendono il color oro del grano.

Invece il suo sguardo venne ricambiato dai monti bassi dell’Appennino. Tirò su col naso per sentire l’umido del sottobosco mescolarsi con l’aria afosa. Sarebbe stata una buona giornata per far funghi, se non ne avesse avuto a nausea.


Era difficile credere che quell’anno non avrebbe partecipato al raccolto. Non avrebbe mai pensato che gli potessero mancare le giornate passate da un campo all’altro, file di uomini chini coi falcetti o con le falci a mano, i ragazzini che correvano a portare l’acqua, il pacì che ogni tanto suonava, le donne che tiravano fuori le tovaglie bianche per la cena. La terra piena di sudore.


«Chiudi la bocca,» fece Maurizio. «C’entra le mosche.»


Non ne era sicuro, ma lo fece lo stesso. Maurizio era ruvido come una spazzola, ma non veramente cattivo. Non l’avresti detto dal modo in cui a volte s’aggrappava al fucile. Tirò fuori una sigaretta dalla tasca della giacca, seminandosi dietro una scia di tabacco trinciato. I fiammiferi della scatola suonarono come ossicini mentre ne prendeva uno.


«Dobbiamo sta’ qui per molto?»


«Il tempo che serve. C’hai prescia?»


No, non ne aveva. Tirò una boccata e rimase a guardare la spirale di fumo salire tra le foglie fino al sole, quasi a picco. Era bello potersi muoversi di giorno. Maurizio alzò lo sguardo a sua volta. «Ormai sarà la mezza.»


Dicevano che Maurizio fosse stato tra i comunisti, con tessera del partito e tutto, ma poi doveva essersene allontano, o comunque non era come si diceva. Ma era entrato nella resistenza da più tempo e aveva un’idea più chiara di con chi si potesse parlare nei vari gruppi, e in quali villaggi. Molti di quei contatti erano gelosi dei loro nomi e tutto sommato era meglio non saperli; se i fascisti ti prendevano te li potevano strappare fuori insieme ai denti e alle unghie.


Per questo non sapeva chi stavano aspettando, o quale fosse l’obbiettivo dell’appuntamento. Ma era un secondo figlio ed era abituato ad ascoltare, essere paziente, e parlar poco.


Imboccarono un sentiero di rena e ghiaia che si inerpicava sul lato del monte, a malapena visibile tra rovi e rami bassi; una pista calcata dai cinghiali e altre bestie. Il sudorecominciò a colargli sulla fronte mentre salivano. Dovette sistemare la pistola tre volte mentre si inerpicavano per evitare che gli scivolasse tra pantaloni e cinta. La sigaretta gli finì tra le labbra e la spense contro un tronco.


Rimasero in silenzio finché il sentiero non curvò a gomito contro un masso coperto di muschio. L’odore di sottobosco era più forte: all’ombra del sasso, uno strato di foglie morte rimaneva nascosto dal sole. Era umido della pioggia di chissà quanti giorni prima. Un groviglio di insetti si aggirava tra foglie e muschio. Vite minuscole che morivano e vivevano lungo sentieri nascosti. Degli uomini e della guerra se ne fregavano.

Maurizio si girò verso di lui.


«Te sei battezzato, ve’?»


Aggrottò le sopracciglia. «Sine.»


«Porti ‘na croce addosso?» Le mani gli corsero alla catenina d’oro che gli avevano regalato per la cresima, ancoraprima che gli venisse di chiedere perché. Non indossava un crocifisso, ma una piccola immagine della madonna. «Meglio che la togli.»


«Perché?»


«Non je piace.»


L’altro rimase a fissarlo finché non si decise a toglierla. Infilò la medaglietta nella tasca dei pantaloni. Era chiaro che l’appuntamento doveva essere con un qualche comunista; chi altro poteva avere problemi con la religione?


Maurizio annuì e poi scostò il ramo di una quercia, inoltrandosi fuori dal sentiero.

Risistemò la pistola e gli andò dietro. Poco fuori dal sentiero si apriva una cava – una voragine nella carne del monte. Dall’interno veniva un’aria fredda che sapeva d’inverno, ma anche uno strano odore che gli ricordava la cantina di casa, quella dove stagionavano i salami. Sarebbe stato un buon posto per fare una base, se non fosse stato per l’umidità.

La cava era abbastanza grande da far passare tre uomini affiancati. Alle pareti erano appesi piccoli mazzi di erbe aromatiche; e il pavimento di terra battuta era pulito, come se qualcuno avesse passato la ramazza di recente. Mentre la luce all’esterno si affievoliva, cominciò a vederne un’altra provenire dal fondo. L’odore che aveva avvertito si fece più forte e vivo; come l’odore di sangue che restava attaccato alle mani dopo aver fatto la pista al maiale. Non poteva essere un buon segno; ma Maurizio lo precedeva senza neanche metter mano al fucile.


Le pareti si aprirono in una stanza circolare, punteggiata da piccole candele. Al centro sedeva una donna, la testa incorniciata da una corona d’alloro e da capelli castano sporco. Aveva le mani infilate in qualcosa di informe sul pavimento: la carcassa di un coniglio mezzo scuoiato. Le mani della donna erano pregne di sangue fino ai polsi. Mentre guardava, quella si portò un brandello di carne alla bocca e lo fece sparire tra le labbra rosse.


«Eccovi.»


Maurizio si fermò al livello della candela più vicina. La donna indossava poco più che uno straccio, che forse una volta era stato bianco, non più grande di una federa. Gambe e braccia erano completamente scoperte – qualcosa che avrebbe notato molto prima se non fosse stato per il sangue.




Cominciò a sentire il sudore gelarglisi sulla nuca. Non poteva essere un contatto di un altro gruppo partigiano, né dei comunisti. Certo, c’erano donne a fare le staffette e anche a sparare, ma di certo non giravano nude e non scannavano conigli con le unghie. Che fosse malata? Gli avevano raccontato di un suo cugino dal lato dei Cerretà che era nato storto, e alla fine avevano dovuto metterlo dentro un reclusorio.

Guardò verso Maurizio, che aveva aperto la sua sacca a tracolla e ne aveva tirato fuori un fiasco e un pacchetto di carta marrone.


«C’avemo un’offerta di vino e di grano,» disse. Abbassò un ginocchio a terra e aprì il pacchetto, rivelando un mezzo chilo di farina bianca. Lo appoggiò a terra vicino al coniglio. Poi stappò il fiasco e lo rovesciò sul pavimento della grotta, tracciando una linea di vino rosso prima di porgere alla donna quel che rimaneva.


Lei mormorò qualcosa di incomprensibile e intinse un indice nella farina, macchiandola col sangue dell’animale. Poi se lo portò alla bocca ed annuì.


«Non troverete quello per cui siete venuti.»


Per cosa erano venuti? Con la destra cercò di aggrapparsi all’immagine della vergine che portava al collo, solo per ricordarsi che Maurizio gliel’aveva fatta mettere in tasca. L’altro si alzò da terra e gli lanciò un’occhiata fugace.


«I nazisti stanno a fa’ sempre più rastrellamenti. E stanno mandando nuove truppe da Berlino contro gli americani.»


Sotto il tono rude di Maurizio si nascondeva un lamento, una preghiera. Era difficile credere che stessero chiedendo aiuto a quella donna pazza. Quella scosse la testa, facendo scrosciare le foglie d’alloro che le cingevano il capo.


«I tedeschi sono stati invitati. La vostra terra ha smesso di esser vostra quando avete dato passaggio.» La donna estrasse il fegato del coniglio morto e cominciò a masticarlo, buttandolo giù con una sorsata abbondante dal fiasco. Poi prese a succhiar via il sangue dalla punta delle dita.


«Stanno a morì tante persone, Sibilla. Prendono anche donne e frichini. Sparano alli vecchi per strada.»


Lei alzò il mento e lo fissò, finché Maurizio non fu costretto ad abbassar la testa. Dopodiché si girò verso di lui. Gli venne quasi da far un passo indietro. Aveva un paio di occhi castani, eppure pareva che bruciassero; come guardare per troppo tempo dentro al fuoco. Per qualche miracolo, riuscì a non distogliere lo sguardo, ma si sentì lacrimare. Maurizio l’aveva chiamata Sibilla: era una maga? Per quello s’erano dovuti togliere le croci?

Quella sbuffò con le narici in un verso di scherno.


«Sono questi i più valenti della resistenza?» Non era il genere di domanda che aspettava risposta. «Siete stati contenti di quelli che sono venuti prima, e poi vi siete accontentati di guardare dall’altra parte. Avete combattuto solo quando è stato il vostro turno di versar sangue sul falcetto; e ora venite da me.»


Lui stesso si era unito alla resistenza solo dopo Montalto, perché stare a casa voleva dire metter tutti gli altri in pericolo o accettare di farsi portare a nord dai fasci. Maurizio aveva combattuto più a lungo, ma anche lui se ne stava come un cane bastonato. Per lunghi attimi la caverna fu solo riempita dal rimestare di dita nella carne divelta del coniglio. La Sibilla strappò un osso dal tendine con uno strappo, cominciò a portarlo alla bocca ma cambiò idea a metà strada e l’appoggiò invece a terra. Sospirò.


«Il lupo comincia a perder denti. Le sue armate sono più stremate di quel che dà a vedere.» Raccolse le ginocchia sotto di se e si chinòsulla linea tracciata di vino, tracciando lettere col palmo di mano. «I vostri capi devon metter bombe sulla vecchia carrareccia, assaltare i depositi e indebolire le posizioni. La salvezza è vicina, ma vorrà sangue.»


«Se facciamo più operazioni,» obbiettò Maurizio, «ci saranno più rappresaglie.»


«Il prezzo va pagato in una maniera o nell’altra.» riprese lei. «Ma vedo davanti una lunga tregua.»


«La pace?»


La Sibilla prese una manciata di terra sporca e la premette tra i palmi di mano, sfregandoli, facendo piovere briciole pregne di sangue, terra e vino. Poi si alzò in piedi, lo straccio di veste che ondeggiava sui fianchi.


«Una tregua, ho detto. Verrà il tempo in cui verrà chiesto ai figli e ai figli dei figli di fare la scelta.»La donna gli camminò incontro. Si sentì incatenato al terreno, incapace di muoversi o anche solo di raggiungere la pistola se l’avesse voluto. In un gesto lento o deliberato, la Sibilla premette il palmo sporco contro il suo petto, lordando la tela grezza della camicia. «Ma questa volta non potrà esser tardiva.»


♦ ♦ ♦ ♦


C. riaprì gli occhi. Attorno a lui la stanza, la puzza di detergente e muffa, i suoni di ciabatte da infermiere lungo il corridoio. Il cellulare caduto a terra vibra con insistenza.

La mano del nonno perde forza e ricade sul lettino.

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