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  • Immagine del redattoreM.

Kodokushi

Candeggina e limone.


Appena metto piede nell'appartamento mi rendo conto che qualcosa non va. C'è un odore tossico di detergenti e tutte le superfici sono pulite con religioso fervore. Il tatami sul pavimento è stato cambiato di recente, troppo chiaro contro l’alone giallastro ai margini delle pareti. Vorrei poter ignorare questi dettagli. Senza, sarebbe il solito monolcale con bagno annesso.

Unica via di fuga, una finestra che dà sul un muro zeppo di condizionatori del palazzo di fronte. Lontano, sopra il tetto, l'autostrada sopraelevata è un lungo serpente nel cielo.


L'agente immobiliare è un ometto con una pelata su cui potrebbe atterrare l’elicottero, ha il completo sbiadito e le dita ingiallite dalla nicotina. È il tipo di uomo che torna a casa da una famiglia che non lo ama. Un padre inutile, che preferisce le slot pachinko alla faccia stanca della moglie. Il tipo che si interfaccia coi figli solo col portafogli in mano. Avrà passato la giovinezza a far carriera con l'impegno, il tipo che se il capoufficio avesse detto di tagliarsi un indice lui avrebbe chiesto: "di quale mano?"


Lo lascio parlare un po' per dargli la sensazione che venire qui non sia stato tempo sprecato, l’impressione che ci sia salvezza nel lavoro. Ma deve risultargli evidente che questo appartamento non lo affitterà oggi. Senza manco chiedere fa cenno che andrà a fumare, con permesso sai, grazie sai.


Rimango sulla soglia dell'appartamento a riempirmi le narici di quella fragranza particolare di solvente comprato all’ingrosso e abbellito con una nota di limone troppo finta. Ho perso il conto delle volte in cui ho suggerito di cambiare detersivi. Di certo non sono l’unico stronzo che riconosce questo odore specifico; l’odore della morte scacciata con olio di gomito e candeggina.


Kodokushi è la morte solitaria di chi rimane da solo nel proprio appartamento di venti metri e rimane a marcire per mesi prima che qualcuno di accorga che qualcosa non va. Puzza, puzza e affitti non pagati. Non siamo sempre noi a portare via i corpi. A me è successo solo una volta, quando il poveraccio era diventato un cumulo marrone che si fondeva nella tela del tatami, una macchia scura di marciume e larve aperta come una ferita sul pavimento, l’ultima traccia di quello che era, l’accusa silenziosa di un morto dimenticato.


L'agenzia per cui lavoro si assicura che ogni traccia scompaia. Idealmente dovrebbe anche scomparire il ricordo del morto.


Faccio qualche passo nell’appartamento. Cerco la storia dietro gli aloni sulle pareti, conto i mobili che sono stati ripuliti e quelli che il padrone deve aver ricomprato. Cerco rimasugli dell’incenso bruciato nel rituale di purificazione, quel pro forma che si fa per chiedere gentilmente allo spirito del morto di infestare qualche altro posto, magari dissolversi e non dare più fastidio. Cerco di capire se questo posto l’ha pulito qualcuno della mia azienda o sono stati i nostri concorrenti. Passatempi stupidi. Non mi porto il lavoro a casa, e di certo non mi ci vedo a dormire nel solco del morto.


La finestra ha una vecchia maniglia laccata di bianco che si apre ancora: la spalanco sul vicolo stretto e faccio entrare un po’ d’aria in questo sarcofago che puzza di limone e di vecchio. C’è un bel salto di venti metri fino ad abbracciare l’asfalto coi denti. Mi viene da pensare che sarebbe meglio; meglio una manciata di secondi nell’abbraccio freddo e tagliente dell’aria, meglio che marcire tra gli spasmi e nel silenzio degli altri.

Ma la maggioranza di questi morti solitari viene mangiata dal senso di vergogna sociale. Non accetterebbero mai di dare fastidio, di ricordare a forza al mondo della fine della propria esistenza costringendo qualcuno a raschiare via i propri avanzi dal cemento.


No – la loro è la via della morte in casa, che è spegnimento e stillicidio. Ha creato lavoratori molto specializzati, come me, degli intoccabili che puliscono in silenzio cataste di giornali e pile di pannoloni, pranzi pronti scartati vicino alla biancheria incrostata dal sudore. Ricordi di giornate afose senza condizionatore. Chiudo la finestra.


L’agente immobiliare ha finito la sigaretta ed è tornato, sta sull’uscio con quegli occhietti porcini e sa che so. Per un attimo mi guarda e sussurra qualcosa di troppo sincero.

"Qualche volta non si può proprio fingere, eh"


Mi rendo conto in ritardo che siamo due anelli congiunti di una stessa catena che porta le case dei morti a trovare dei nuovi inquilini e poi altri morti. Un malriposto senso di cameratismo nasce per il breve tempo di un respiro. Siamo pezzi di un sistema e che potremmo finire entrambi così, come l'inquilino anonimo dell'appartamento 54 della torre tre, dimenticati e marciti in una stanza.


All'agente immobiliare servirebbe solo uno screzio con la moglie per essere allontanato da casa. Per essere libero di vivere tra il lavoro e il pub fino alla pensione e all’eventuale disfacimento di ogni rete sociale. A me basterebbe un qualche tipo di evento scatenante, una depressione improvvisa o una malattia per tagliare quel flebile ponte che mi lega al mondo esterno.


Come tutte le rivelazioni di un momento, anche questa sembra una banalità un attimo dopo. Non c’è niente che ci leghi assieme, né empatia né compassione. L’agente mi fa passare nel corridoio e si chiude la porta alle spalle. Con poca convinzione mi cede un biglietto da visita, nel caso volessi chiamarlo per visitare qualche altro posto in cui si è squagliato un cadavere. Sono costretto a rispondere con un biglietto dei miei su quale nemmeno legge il nome.


Libero, posso tornare in strada, fantasma nel primo treno affollato.

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