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IL COSTO DELLA SPERANZA

Agenzia di mediazione est-ovest: il costo della speranza


«Inizia così. Non c'è veramente un motivo - qualche volta si incontrano persone un po' al lato. La maggioranza della gente cammina lungo una linea dritta, ma ogni tanto si vedono persone alla destra o alla sinistra. Da adulti ci si fa l'abitudine. È solo una delle miriadi di realtà del nostro mondo. Ma i ragazzini? I ragazzini percepisco chi sta fuori dalla linea con una precisione ferale. La pietra era stata fatta cadere dal terzo o dal secondo piano della scuola, da una finestra di un corridoio. Chiaramente non si trattava di un incidente, nonostante l'opinione del preside. Le scuole in genere non hanno file di pietre in bilico sui davanzali in attesa di un forte vento.»


 

La stanza d’ospedale era spoglia nonostante contenesse 12 letti, la metà dei quali occupati. A Sun dormiva nell’ultimo letto a destra, vicino alla finestra, la testa bendata e l’espressione corrucciata di un brutto sogno. Quando Castello si era avvicinato la madre si era raddrizzata dalla sedia al capezzale del letto come una pianta che riceve dell’acqua dopo dieci giorni di secca. C’era stato un breve scambio di convenevoli e ringraziamenti, tutti marchiati da un generale senso di confusione. Probabilmente la donna non sapeva spiegarsi perché uno straniero, che aveva dato ripetizioni d’inglese al figlio forse per dieci lezioni in totale, si fosse disturbato così tanto dal visitarlo in ospedale.


Castello aveva pensato di portare dei fiori, ma A Sun non era morto, e né lui né la madre ne avrebbero fatto niente. Invece aveva portato una scatola con quattro baozi comprati a un negozietto a quattro isolati di distanza dall’ospedale (per stare lontani dalla puzza di morte). La madre di A Sun l’aveva ringraziato di nuovo e si era assentata – prendendo forse la prima vera pausa da due giorni. Castello sapeva che lavorava in una fabbrica di coperchi di plastica, una cosa così. Chissà se aveva mangiato di recente. Di certo non aveva dormito.


Anche nella luce mielosa e lievemente nauseante della stanza, Castello poteva vedere quanto A Sun fosse aldilà della linea. Non avrebbe saputo dire perché si fosse affezionato a quel ragazzino con un sopracciglio tagliato e le labbra sempre imbronciate. Forse era una sorta di fascinazione morbosa per i perdenti. Qualche volta colpisce anche i migliori insegnanti, figurarsi quelli che lo fanno perché hanno bisogno di soldi.


A dire la verità Castello era anche felice che le lezioni si fossero interrotte, perché a farsi pagare dalla famiglia di A Sun – che poi voleva dire, la madre – si sentiva come una zecca sopra il dorso di una blatta. Ma era convinzione della madre che, superando a pieni voti i test di inglese, A Sun avrebbe potuto accedere a scuole migliori, e di conseguenza entrare spedito su una corsia d’accesso di un’autostrada tutta in salita.


Magari non era nemmeno sbagliato. Era sveglio, A Sun. In due lezioni aveva imparato già come mandare a fanculo la gente in quattro o cinque sapori diversi. Ma aveva addosso quel tipo di rassegnazione che un ragazzino della sua età non dovrebbe avere. Da qualche parte, molto prima di ricevere ripetizioni serali di inglese, aveva imparato ad aspettarsi poco dal prossimo.


Certo essere sveglio non ti rendeva capace di schivare le sassate, soprattutto quelle che non vedevi arrivare. Se la madre di A Sun fosse stata ricca, anche solo in tempo, probabilmente a forza di protestare con la direzione della scuola si sarebbe arrivati a un qualche tipo di ammissione di colpa. Le cose stavano in un’altra maniera. Alla fine le sarebbe stato consigliato di iscrivere il figlio in un’altra scuola.


Il sasso si era lanciato da solo.

In più, la sfortuna aveva strani compagni di letto.


Castello socchiuse gli occhi e si concentrò sull’aura nerastra, ondeggiante come la canicola sull’asfalto in un mezzogiorno d’estate, che esalava dalla fronte di A Sun. C’era un ombrello di plastica trasparente vicino al davanzale della finestra, uno di quelli del convenience store. D’istinto, Castello lo prese e lo aprì.


«好兄弟[1],vieni. Andiamo via.»


Un vecchio ricoverato sbiancò di fronte all’ombrello aperto e cominciò a imprecare in un taiwanese stretto. Castello gli rispose di stare zitto inglese. Poi di nuovo: «好兄弟,vieni con me, usciamo.»


Ma quella specie di distorsione sopra la fronte di A Sun di andare sotto l’ombrello proprio non aveva alcuna voglia. Cambiare scuola, cambiare ambiente, inciampare su una borsa piena di milioni di NTD – avrebbe fatto poca differenza. C’erano persone che si portavano addosso quella patina per tutta la vita.

 

«Ho sempre saputo che eri un irresponsabile,» disse la zietta, con aria di finto rimprovero. In realtà sorseggiava il tè a fatica nel sorriso a trentadue zanne. Yawen, che era un po’ più seria, disse invece:

«Avresti dovuto chiamare un monaco, qualcuno di specializzato.»

«Probabilmente. Ma ero arrivato da poco e all’epoca anche io ero uno scappato di casa, con a malapena i soldi per tenermi all’asciutto. Anche i monaci si pagano.»


 

Prima di intraprendere qualsiasi azione, se il costo del fallimento è alto, è meglio farla bene o non farla per niente.


Nello specifico, Castello non aveva molta voglia di pensare a cosa avrebbe detto la polizia di Taipei se avessero saputo che era entrato in un ospedale di notte. Dalla sua il fatto che una delle poche guardie di sicurezza di quel piano era un invalido di fabbrica zoppo da una gamba. Si poteva sentirlo arrivare da duecento metri.

Nella penombra, la stanza a dodici letti era un cattivo presagio che aspettava di avverarsi. Sei di quei letti avevano un occupante, ma gli altri aspettavano carichi del peso dei pazienti passati.


A Sun dormiva. La ferita si andava rimarginando ma nel frattempo aveva preso la febbre, e la guarigione era lenta. Castello si appoggiò alla sedia vicino al letto con la delicatezza di un fantasma, trovando la plastica stranamente calda. Prese un taglierino dalla tasca dei jeans e premette la lama contro il palmo della sinistra. Il ferro morse una delle vene che portavano sangue al pollice. I suoni di un ospedale di notte: il brusio delle macchine, il respiro leggero dei pazienti rotto solo da un russare improvviso, il plic plic delle flebo e del sangue.

Una sensazione di freddo gli intorpidì il braccio sinistro. Castello richiuse il taglierino con una mano sola mentre guardava il rivolo rosso colare giù. Con il pollice fradicio, segnò una linea lungo la fronte madida di A Sun, poi infilò la mano destra nella borsa a tracolla e il suo contenuto, che aveva fatto parecchia strada per arrivare da un campo nell’entroterra del centro Italia fino a un’isola affacciata sul Pacifico.


«Ora devi davvero andare via, caro fratello» sospirò. Con le buone aveva già provato, ormai era solo una questione di forma.


«Che sciocchezza.» L’aria attorno al letto vibrò. «Chi viene a fare offerta al tempio per scacciarne il dio?»


«Questo non è un tempio e tu non sei un dio.» Quantomeno sperava che non lo fosse ancora. Castello trovò la chiusura sottovuoto del sacchetto di plastica dentro la tracolla, e la aprì con un po’ di difficoltà. «Ma soprattutto, questa non è un’offerta.»


Il plic plic dalla sua mano si interruppe. Il sangue non stava più colando sul pavimento, invece si era materializzato a mezz’aria in una piccola pozzetta. Nell’aria attorno cominciò ad apparire il profilo pallido di una faccia dello stesso colore delle lenzuola.


Il fantasma aveva un volto rotondo, senza occhi o naso. Una singola bocca sdentata lappava il sangue colante. La testa, attorniata da una criniera di capelli, poteva ruotare su sé stessa per prendere l’angolazione migliore. Sotto c’era un corpo sformato come un sacco di grasso, che si reggeva a malapena su almeno tre arti con mani da tre dita. Parte dell’addome del fantasma era stretto sotto al letto. Non c’era modo di sapere se fosse sempre stato così grosso, o se fosse ingrassato all’improvviso nell’aria stantia dell’ospedale.


«Questo è patetico,» disse il fantasma. Il sangue gli vorticava ai lati della bocca e per parlare muoveva una lingua lunga come una banderuola fissata al centro della gola. «Ma il ragazzo è delizioso. Spero resti qui per sempre. C’è tanta speranza qui, speranza e disperazione. Se avessi saputo, sarei venuto prima.»


Castello aveva la nausea. La pelle rancida del fantasma somigliava a quella di una grossa blatta piena di pus. Nella penombra della stanza non poteva fare a meno di aver paura che sparisse all’improvviso sotto al letto. La prospettiva di non poter tenere d’occhio quel corpo informe lo disgustava più di averlo lì, sotto il suo sguardo.


Strinse la destra attorno al grumo, trovandolo confortante.


«Questa non è un’offerta.»


La sua pelle divenne ghiaccio. Stava scivolando dall’altra parte


«Uh?» Il fantasma smise di lappare. «Chi cazzo saresti tu?»


«城堡[2].» Alcune regole venivano sempre buone, tipo non dare mai il proprio vero nome.


«pENSI dI pRENDERMI iN gIRO?»


Castello strinse più forte il contenuto della busta di plastica. Attorno al suo sangue strisciavano una miriade di creature senza nome e miliardi di zampe. Tutta la sua attenzione era focalizzata sull’indurire i muscoli e rimanere immobile, a dispetto dell’istinto di alzarsi di botto, scappare lontano, e vomitare in un angolo il contenuto del suo stomaco. Sul braccio destro, nella porzione lasciata scoperta dalla borsa, sentì l’arrampicarsi di qualcosa di umido come il ventre di un rospo. Le sfortune e i loro strani compagni di letto.


Sangue e terra, pensò. Sangue e merda. Sangue e terra e merda.


Il fantasma era strisciato fuori dal lettino, allontanando la bocca dal rivolo di sangue che si era congelato a mezz’aria. Con una smorfia disegnata sul volto privo di lineamenti, si era alzato su altre due gambe e incombeva su di lui come una sorta di verme eretto. Ai piedi della sedia i nugoli di creature striscianti erano così fitti che si fondevano in un liquame scuro, vorticante, pronto ad assumere qualsiasi forma.


Castello tirò fuori la mano destra della tracolla. Quasi subito sentì il peso improvviso di una mano nodosa su una spalla.


CHI È QUESTA PERSONA?


La voce aveva il suolo di un centinaio di querce che, senza motivo apparente, si spaccavano in due una notte d’inverno. Castello sperava di sentire il rombo borbottante del motore di un vecchio trattore in salita. Lo staccato pu-pu-pu-pu della trazione delle ruote enormi mentre trascinavano l’aratro. C’era invece molto altro.


CHI È QUESTA PERSONA?


Certo c’erano le messi. L’odore del legno lasciato a impolverare e lo sterco dei polli e dei maiali, il fiato caldo delle mucche, e ancora cose più in sotto, cose impregnate di una cattiveria antica ma che seguiva le sue regole. Era sempre stato un gioco tra la nascita e la marcescenza. Castello capì, con una certa lucidità distaccata, che se la stretta sulla sua spalla fosse aumentata gli avrebbe spezzato la clavicola.


Non c’era modo di prevedere dove sarebbe caduta la moneta. Poteva andare in qualsiasi direzione. Indovinò che la coscienza ancestrale odorasse anch’essa il sangue, ma volesse sapere del ragazzo, non dello spettro formato verme che si contorceva lì davanti.


«A Sun. Questo è un ragazzo che ha tutta la vita davanti. Il padre è scappato.»


«È mIO,» La voce dello spettro arrivava in stereo da una moltitudine di nuove bocche aperte sul suo corpo informe. «qUESTO È iL mIO. tROVATENE uN aLTRO.»


La stretta sulla spalla di Castello aveva in sé tutto il peso del mondo. La coscienza generazionale andava indietro, indietro abbastanza da riconoscere forse un grado di parentela. Ma come le persone, e forse ancora più di loro, i fenomeni soprannaturali coltivavano una tendenza alla xenofobia.


PERCHÉ DOVREMMO NOI AVERNE CURA?


Continuava a non sentire ciò che sperava. Il profumo delle more. La terra bagnata dopo la pioggia, brulicante di lombrichi. L’odore del mosto.

Castello deglutì.


 

«Hai davvero portato delle feci in un ospedale?»

«Rispetto al resto, non erano poi così sporche.»

«L’unico modo per allontanare lo spettro era metterlo di fronte a qualcosa che non capisse, qualcosa che non si sarebbe preso la pena di sfidare.»

«Mondi separati,» sottolineò zietta con un ringhio basso.

Yawen non era convinta. «Ma hai corso un grosso rischio. Cosa hai risposto?»

«Avevo preparato qualcosa, una specie di discorso, nell’eventualità di una domanda del genere. Pensavo di potercela fare con la logica. Ma mi si era inaridita la lingua.»


 

Prima di intraprendere qualsiasi azione, se il costo del fallimento è alto, è meglio farla bene o non farla per niente.

«Perché lui è come me,» aveva detto. «Ed io ne ho pena.»

[1] Hǎoxiōngdì, “buon amico, compare” [2] Chéngbǎo



 

SCRITTOBRE è una sfida per scrittori. 31 giorni, 31 parole, un solo obbiettivo: scrivere qualcosa a tema ogni giorno.


Sto seguendo le parole votate nel gruppo telegram di Fabio Scalini.



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